Se la moneta unica fosse una persona, siamo certi avrebbe passato tutto il fine settimana sul divano a riposare: venerdì sono arrivati i risultati delle analisi (PMI) e con essi la conferma che lo stato di salute dell’economia europea desta preoccupazione.

I primi ad uscire sono stati i PMI francesi, con il solo indice manifatturiero leggermente superiore alle attese. Poi è arrivato il turno di quelli tedeschi, che hanno mostrato quel che tutti ormai hanno capito: la Germania si è fermata e sono dolori per tutta l’Europa. Il PMI manifatturiero tedesco è uscito sopra le attese, ma ad un livello di 43.8, davvero molto lontano da quel 50 che rappresenta un’espansione economica. A quel punto i dati aggregati a livello europeo erano quasi inutili e non hanno fatto che confermare che no, non ci siamo proprio. La giornata è proseguita con i PMI americani e ahimè il nostro buon euro non ha potuto bearsi nel “mal comune mezzo gaudio” perché l’economia americana continua a dare segnali di crescita nonostante Trump faccia di tutto per destabilizzarla con i suoi tweet.

La mattinata di venerdì è stata segnata anche dal primo discorso della Lagarde come Presidente della BCE. Quello che portiamo a casa dal primo intervento ufficiale è che per le dichiarazioni ad effetto è meglio aspettare. La Presidentessa infatti ha ribadito la linea già intrapresa dal suo illustre predecessore, sottolineando come la Banca Centrale Europea continuerà a sostenere la domanda interna all’economia. Cos’altro poteva dire davanti a dati che mostrano la crescita economica nell’eurozona di quest’anno intorno 1.1%, bel lontana dall’1.8% previsto un anno fa? Torna anche il solito monito ai governanti riguardo la necessità di una politica fiscale europea che possa stimolare “sia la domanda di oggi che l’offerta di domani”. Se ne parla da anni, speriamo che prima o poi qualcuno capisca che solo interventi strutturali possono consentire all’Europa di tenere il passo di USA e Cina, gli interventi monetari in questo non sono che un cerotto su una ferita da arma da fuoco: utili, ma se non si va in ospedale la fine è scontata. Nel “festival dell’ovvio” rientra anche il commento sul fatto che i pochi investimenti pubblici e privati comportano una stagnazione del sistema economico europeo.

Sul fronte guerra commerciale, viene da chiedersi come abbiano passato il venerdì sera i nostri amati protagonisti. Andiamo con ordine, partendo dal venerdì, giornata in cui scendono in campo i due pesi massimi mostrando amore reciproco: Xi afferma che la Cina è desiderosa di raggiungere un accordo commerciale con la prima economia mondiale e Trump annuncia che un accordo commerciale è molto vicino. Nel fine settimana, durante il G20, le cose cambiano leggermente: Xi dichiara che gli USA sono fonte di instabilità nello scacchiere mondiale e il consigliere della sicurezza nazionale USA, alla luce delle proteste avvenute a Hong Kong, dichiara che l’America non può tenere gli occhi chiusi. Non sappiamo cosa abbiano mangiato per cena venerdì, possiamo solo constatare la reazione dei mercati: il dollaro guadagna terreno contro tutte le principali valute portandosi dietro le valute legate al commercio nel Pacifico, in particolar modo il NZD che segna un netto +0.79% contro l’euro.

Siamo partiti dai dati negativi per l’area euro, ma come ben sappiamo al peggio non c’è fine e ci ha pensato il Regno Unito a ricordarcelo: i dati PMI provenienti da oltremanica hanno registrato valori sotto le aspettative, inferiori a quota 50 e pari addirittura a quelli di metà 2016. Poco importa, il mercato da quelle parti attende l’esito delle elezioni per capire se l’isola sarà caratterizzata da una forte nazionalizzazione delle imprese come in programma dal partito laburista o da un’economia filo-americana e neo-liberista. Ieri è stato pubblicato il manifesto dei Tory, che si basa fondamentalmente sulla promessa che Babbo Natale porterà la Brexit sotto l’albero. La reazione della sterlina conferma come a pesare siano più le news positive riguardo Brexit che i dati e il cross contro euro è arrivato a 0.8565.

La scorsa settimana è arrivata un’altra news che ci ha sorpreso: incriminazione per corruzione di un primo ministro. A sorprendere non è la notizia in sé, ne abbiamo viste di più sconvolgenti, ma questa volta non parliamo di casa nostra ma di Israele: Netanyahu dalla scorsa settimana detiene il triste record di primo PM ad esser stato indagato per tre capi d’accusa diversi (frode, abuso d’ufficio e corruzione). Accusato di aver ricevuto doni da uomini d’affari, aver favorito un imprenditore dell’editoria in cambio di notizie lusinghiere e di aver favorito un’azienda telefonica con legislature accomodanti nei confronti della stessa, si è difeso affermando che nei suoi confronti è in atto un golpe. In attesa degli sviluppi della vicenda, per il momento il mercato non ha preso una direzione chiara e l’EURILS resta in area 3.83, ma occhi aperti.
Chiudiamo ricordando che 14 anni fa ci lasciava George Best, le cui frasi celebri meriterebbero un post a parte. Ne vogliamo ricordare una: “nel ’69 ho lasciato perdere alcol e donne, sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita”.

Buona settimana!

CALENDARIO ECONOMICO
09:00 – Indice IFO sulla fiducia delle aziende in Germania (Nov)

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